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I awake to find no peace of mind,
I said how do you live as a fugitive?
Down here where I cannot see so clear
I said, what do I know?
Show me the right way to go
E’ matematico: se un weekend ho voglia di rimanere chiusa in casa il telefono non smette di squillare o di fare tiiitip (per i profani: il tradizionale suono nokia dell’sms ricevuto). Quando invece avrei voglia di uscire e fare le ore piccole…silenzio. Questa volta è toccato al primo caso: due giorni di casa, pantofole, cioccolata calda, musica.
Ho tirato qualche pacco, mandato qualche sms misterioso
(“ho avuto un contrattempo, rimandiamo, poi ti dico”),
rimuginato sul fatto che C. non mi convince più come qualche settimana fa.
Credo mi voglia allontanare da chiunque passi con me più di mezz’ora:
sarà un caso ma per lei sono tutti negativi.
Se le dico che a volte mi sembra che esageri spalanca quegli occhi da scimmietta
e dice che certe cose le sente.
Ad ogni modo sottovaluta il mio istinto. Non credo debba sentirsi in diritto di prevaricare con l’atteggiamento da saggia nonnina. Finora me la sono cavata egregiamente senza i suoi consigli, tanto è vero che quando sono successi dei disastri è sempre stata una questione di testardaggine, più che altro.
Purtroppo il mio istinto, con i dovuti margini di errore, funziona benone.
Sono io che lo boicotto.
Domani è lunedì. Sono stanca dei soliti giochini, voglio stare lì dentro tranquilla
senza dovermi premere la fronte tutte le volte con la mano per non vederlo davanti a me.
Sono dei Gemelli in fondo: mi autoconvincerò che mi stufo facilmente delle cose e delle persone
(anzi, facciamo non delle persone in generale, ma di lui).
Se poi penso alle scene patetiche di venerdì
-come ha detto l’altro ”ma è uno sfigato!“-
il gioco dovrebbe essere fatto.
L’importante è che non mi rivolga la parola e soprattutto
che non mi fissi come fa a volte,
quando con uno schiocco di dita vorrebbe che corressi da lui.
Domani farò finta di niente, magari mi convinco.

Per iniziare la settimana in dolcezza ecco invece la
torta al cioccolato vegan
(da cookaround, già sperimentata dalla sottoscritta con successo)
*** INGREDIENTI ***
200 gr di farina 00
125 gr di zucchero
80 gr di cacao amaro in polvere
60 gr di olio di semi
1/4 cucchiaino di bicarbonato di sodio
1/4 cucchiaino di sale
1 cucchiaino di vanillina
200 ml di acqua fredda
1 barretta di cioccolato (va benissimo il comune cioccolato fondente)
1 cucchiaio di aceto di vino
*** PROCEDIMENTO ***
In un boccale unire tutti gli ingredienti secchi (quindi farina, cacao in polvere, zucchero, sale, bicarbonato, vanillina) e mescolare.
Unire gli ingredienti liquidi (olio, acqua, aceto)
e mescolare con le fruste, fino ad ottenere un composto abbastanza denso.
Accendere il forno a 180°.
Versare il composto in una teglia oliata e infarinata, con le mani spezzettare la barretta di cioccolato e disporre i pezzi sulla superficie senza affondare troppo (la quantità di cioccolato è a vostra discrezione)
Infornare alzando la temperatura a 200°, fino a prova stecchino (a me son bastati 15 min).
Questa settimana è precisamente così:
“When you try your best, but you don’t succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired but you can’t sleep”
Sono stanchissima: studio ma è come se non studiassi,
vado al tirocinio e ne esco senza forze
(sono arrivata al punto di implorare gli operatori che mi facessero riapparecchiare i tavoli pur di fare qualcosa altrimenti le ore
non passavano più),
arrivo nel letto senza sonno e dormo poche ore (agitate da mille sogni)
per poi essere più stanca di prima.
Oggi credo di aver fatto un po’ la gatta, ho avuto un mezzo successo, poi il crollo,
poi una piccola ma rilevante informazione che mi fa supporre di essere semplicemente
un filino paranoica…
Ma è la solita storia: when you get what you want but not what you need.
Informazione di servizio che cambierà la vita a chiunque legga: mi sono comprata un cappottino leggero nero e un maglione verde, ma soprattutto un’altra magliettina S.
Il piacere che provo nel poter comprare tranquilla in un negozio da qualche mese a questa parte non ha prezzo,
se considerate che a giugno 2006 portavo taglie forti e ora vesto sul 44.
(o meglio, un prezzo lo ha, ma non essendo mai stata una patita dello
shopping i danni sono molto limitati).
Stasera teatro, anche se la mia voglia di uscire nuovamente di casa è pari allo 0,01%…
Giusto per rimanere ferma nelle mie decisioni (vedi post precedente) tra poco ho appuntamento per un aperitivo
super alcolico.
Il mio fegato sta preparando i bagagli. Io no!
…considerata la nottata scorsa sono al solito punto: voglio diventare astemia.
Non è dignitoso trovarsi su un taxi alle tre di notte con la grande preoccupazione di non biascicare troppo l’indirizzo al tassista o camminare a zig zag per piazza De Ferrari (nel tentativo di raggiungere il sopracitato taxi). Sarebbe almeno decente dimenticarsi, in preda ai fumi dell’alcool,
certe scene squallide della serata,
invece mi ricordo tutto.
Doveva essere una serata tranquilla in compagnia di qualche amica e invece
all’ultimo si è invertita la situazione.
Colpa di una festa anni ’80 alla quale non siamo volute andare.
Così la serata è stata costellata da incontri ”ameni”.
Dopo un buon Nero d’Avola accompagnato da un aperitivo
molto buono e molto salato come piace a me
siamo finite a casa di un fumettista che a 45 anni
crede di essere un alieno immortale,
vive con sei gatti (bellissimi) e mangia solo latte e biscotti.
Piccolo problema: l’odore terrificante che mi ha scatenato mal di testa e ondate di nausea. I gatti sono divini, ma bisogna anche pulire dove sporcano, di solito.
Piccola nota: mai fidarsi quando ti dicono
“saliamo su solo dieci minuti, poi andiamo via”.
Siamo rimaste lì quasi due ore.
Uscite all’aria fresca siamo finite in un bar. Conosco il dj, un simpatico goth boy, con il quale facciamo una chiacchierata tranquilla. Poi, non so bene come, ci troviamo a dover tenere lontani da noi due individui che hanno provato fino all’ultimo a portarci via con le più meschine intenzioni.
Uno dei due continuava a dirmi che assomiglio a Janis Joplin.
Solite scene tristi del “lasciami il tuo numero”, “scappiamo insieme”, “fammi vedere la tua mano”.
Sempre questo mi ha letto la mano, auspicandomi la famosa scelta che ad un certo punto della mia vita dovrò fare e che tutti quelli che me l’hanno letta hanno sempre citato. Questo inventava lì per lì, ma non si sa mai.
I tentativi di approccio dei due individui sono stati faticosi e insistenti, ma alla fine ce la siamo cavata e io mi sono resa conto di quanto volessi in quel momento che al posto loro ci fosse lui. (Inizio a dare segni di cedimento ed è allarmante: volevo bere per non pensarci e invece toh, sempre in mezzo ai pensieri!)
La serata si è conclusa con la sottoscritta chiusa nel bagno dell’amica in miserevoli condizioni.
Inutile dire che oggi mi sento come se una mandria di bisonti mi fosse passata sopra.
E sono di nuovo al punto di partenza, preoccupata per come si comporterà con me domani.
Meschina.

Stasera tra la preparazione di un cous cous e un sughetto d’uvetta ho ascoltato dopo parecchio tempo ”Buena Vista Social Club“ (1997)
Quanti colori ci sono in musica simile?
Tanti, tantissimi.
Ho ballato davanti ai fornelli, chiuso il frigo con un’ancata, sculettato mentre
preparavo l’insalata.
Ho cantato come di solito non faccio quando non so i testi.
Ho capito qualcosa.
Mi sono ricordata di respirare.
Ho tanti colori dentro. Sono un’esplosione di colori, ma lo dimentico sempre.
Questo potrebbe servirmi per evitare di perdere la mia pace interiore per colpa
di un tizio con la mentalità da 15enne attratto pateticamente da qualsiasi
cosa abbia al suo interno la parola
“oscuro“.
Tu non sei oscuro come vorresti sembrare.
Sei patetico e, al massimo, in scala di grigi.
Ma io ho tanti colori dentro e come me tante altre persone.
Domani mattina cercherò di chiudere il capitolo e di guardarti in una diversa prospettiva.
Grigina.

Masochista e stupida, stupida, stupida.
Una pianta senz’acqua.
Bisogna risollevarsi o almeno mandare giù il boccone, nasconderlo in tasca,
ignorarlo.
Ieri è stata una giornata piena di amici di vecchia data ma anche di nuove
conoscenze stimolanti e solari.
A volte basta una fetta di torta offerta da una persona che avevi sottovalutato,
un sorriso d’incoraggiamento,
un abbraccio.
O sedersi alle due di notte sui gradini del Palazzo Ducale con due amici preziosi
a chiacchierare, a raccontare, a ridere.
Basta fuggire il prima possibile da una movida assordante e inadeguata alla serata.
Basta ignorare dei baristi che, vedendo due ragazze ordinare un Irish Coffee,
fanno battutine imbecilli.
Basta vedere il tramonto dalle alture di Genova mentre imperversi in motorino
con una tua cara amica.
Basta proprio poco, ma è un poco preziosissimo.
So I look in your direction,
But you pay me no attention,
And you know how much I need you
But you never even see me
Ieri è stato squallido. Estremamente squallido.
Oggi mi aspettavo scene imbarazzanti, ma non c’era.
Per un po’ di giorni la situazione è quindi tranquilla.
Ma se cercavo di rimanere lucida, fredda e distaccata…
beh, oggi no.
Oggi sono malata. Non di amore, no di certo.
Ma di qualcosa sono malata.
Mi stringe lo stomaco.
Cioccolata, ”About a boy”, Coldplay.
Magari domani guarisco.

C’è una musica anche per cucinare piatti elaborati e per lavare i piatti:
chill out (lounge-electro-world) o Paolo Conte.
[Con chill out metto nel calderone Thievery Corporation, Tosca, Gotan Project, Joyce y la Banda maluca,
Zero 7 e, quando ci sono proprio tantissimi piatti da lavare o si sta lavorando ad una ricetta complicata e lunga, Moby]
Non sono l’unica a pensarla così e l’ho scoperto per caso: se la chill out (passatemi il termine) è piuttosto scontata,
Paolo Conte ci ha sorpresi.
“Non vorrei dire, ma se ascolto Paolo Conte per caso mi viene in mente il mio lavabo, i miei piatti, la mia cucina”
“Anche a me!”
Se andate ospiti in qualche casa del centro storico genovese all’ultimo piano molto probabilmente sentirete, soprattutto in primavera, della musica jazz o chill out arrivare dai vicini: scommettiamo che nella maggior parte dei casi stanno lavando i piatti?
L’ho visto oggi mentre camminava con sua madre. Aveva un sacchetto di carta in mano e addosso il solito cappotto.
Stranamente non stava parlando, camminava a testa bassa in silenzio, come un bambino in punizione.
Vederlo per caso mentre ero seduta su un autobus e sapere che le sue giornate sono fatte di tutto tranne che di qualsiasi (anche negativo) pensiero nei miei confronti un pochino fa male.
D’altra parte non potrebbe essere altrimenti.
Ma va bene così.
Oggi al corso ero seduta tra due colleghe, una più in crisi dell’altra per i soliti motivi.
Essere single ha i suoi vantaggi, decisamente.
(anche se guardare ER con come unica compagnia la gatta a volte fa un po’ riflettere)
Mi è arrivata quest’email poco fa:
Soggetto: Hai ricevuto un invito per un caffè insieme
“Mi piacerebbe sapere qualcosa di te.
Non sono un giovane, non ho problemi economici e mi piacerebbe passare delle ore con te.
Se sei interessata lascio a te la discrezione e le modalita’ dell’incontro
ciao ***nome***”
Ora… vorrei sapere nello specifico cosa intende per “non sono un giovane” e “non ho problemi economici”. Ha 80 anni ed è ricco? Vuole pagarmi per bere un caffè? Mi immagino la scena: arrivo in un bar e trovo al bancone un vecchietto con sciarpa firmata che mi stringe la mano, mi guarda dalla testa ai piedi e poi dopo cinque minuti di conversazione imbarazzata e forzata fa una finta chiamata con il cellulare e mi dice “mi spiace, mia moglie si è sentita male, ci sentiamo”.
Nella mia immaginazione persino gli ottantenni (ricchi) scappano.
Comunque, caro *** NON sono interessata e quindi ho il coltello dalla parte del manico almeno virtualmente, ma è divertente vedere come un profilo compilato per bene (sincero, oltretutto) attiri le persone.


