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Gli esami si avvicinano. La situazione è stagnante.

Ho dei pacchi da spedire. Film da vedere. Libri da leggere.

Attacchi di panico per colpa di Msn.

(o meglio, per colpa sua. Basta, basta, basta.

Forse era meglio pensare che mi avesse bloccato,

vederlo online tutto il giorno senza neanche un saluto è peggio, oh sì)

Musica bellissima che agita.

Ho bisogno di luce del Nord.

“Ogni essere umano merita che gli si rimbocchino le coperte” (cit.)

I awake to find no peace of mind,
I said how do you live as a fugitive?
Down here where I cannot see so clear
I said, what do I know?
Show me the right way to go

E’ matematico: se un weekend ho voglia di rimanere chiusa in casa il telefono non smette di squillare o di fare tiiitip (per i profani: il tradizionale suono nokia dell’sms ricevuto). Quando invece avrei voglia di uscire e fare le ore piccole…silenzio. Questa volta è toccato al primo caso: due giorni di casa, pantofole, cioccolata calda, musica.

Ho tirato qualche pacco, mandato qualche sms misterioso

(“ho avuto un contrattempo, rimandiamo, poi ti dico”),

rimuginato sul fatto che C. non mi convince più come qualche settimana fa.

Credo mi voglia allontanare da chiunque passi con me più di mezz’ora:

sarà un caso ma per lei sono tutti negativi.

Se le dico che a volte mi sembra che esageri spalanca quegli occhi da scimmietta

e dice che certe cose le sente.

Ad ogni modo sottovaluta il mio istinto. Non credo debba sentirsi in diritto di prevaricare con l’atteggiamento da saggia nonnina. Finora me la sono cavata egregiamente senza i suoi consigli, tanto è vero che quando sono successi dei disastri è sempre stata una questione di testardaggine, più che altro.

Purtroppo il mio istinto, con i dovuti margini di errore, funziona benone.

Sono io che lo boicotto.

Domani è lunedì. Sono stanca dei soliti giochini, voglio stare lì dentro tranquilla

senza dovermi premere la fronte tutte le volte con la mano per non vederlo davanti a me.

Sono dei Gemelli in fondo: mi autoconvincerò che mi stufo facilmente delle cose e delle persone

(anzi, facciamo non delle persone in generale, ma di lui).

Se poi penso alle scene patetiche di venerdì

-come ha detto l’altro ”ma è uno sfigato!“-

il gioco dovrebbe essere fatto.

L’importante è che non mi rivolga la parola e soprattutto

che non mi fissi come fa a volte,

quando con uno schiocco di dita vorrebbe che corressi da lui.

Domani farò finta di niente, magari mi convinco.

Per iniziare la settimana in dolcezza ecco invece la

torta al cioccolato vegan

(da cookaround, già sperimentata dalla sottoscritta con successo)

*** INGREDIENTI ***
200 gr di farina 00
125 gr di zucchero
80 gr di cacao amaro in polvere
60 gr di olio di semi
1/4 cucchiaino di bicarbonato di sodio
1/4 cucchiaino di sale
1 cucchiaino di vanillina
200 ml di acqua fredda
1 barretta di cioccolato (va benissimo il comune cioccolato fondente)
1 cucchiaio di aceto di vino

*** PROCEDIMENTO ***
In un boccale unire tutti gli ingredienti secchi (quindi farina, cacao in polvere, zucchero, sale, bicarbonato, vanillina) e mescolare.
Unire gli ingredienti liquidi (olio, acqua, aceto)
e mescolare con le fruste, fino ad ottenere un composto abbastanza denso.
Accendere il forno a 180°.
Versare il composto in una teglia oliata e infarinata, con le mani spezzettare la barretta di cioccolato e disporre i pezzi sulla superficie senza affondare troppo (la quantità di cioccolato è a vostra discrezione)
Infornare alzando la temperatura a 200°, fino a prova stecchino (a me son bastati 15 min).

Stasera tra la preparazione di un cous cous e un sughetto d’uvetta ho ascoltato dopo parecchio tempo ”Buena Vista Social Club“ (1997)

Quanti colori ci sono in musica simile?

Tanti, tantissimi.

Ho ballato davanti ai fornelli, chiuso il frigo con un’ancata, sculettato mentre

preparavo l’insalata.
Ho cantato come di solito non faccio quando non so i testi.

Ho capito qualcosa.

Mi sono ricordata di respirare.

Ho tanti colori dentro. Sono un’esplosione di colori, ma lo dimentico sempre.

Questo potrebbe servirmi per evitare di perdere la mia pace interiore per colpa

di un tizio con la mentalità da 15enne attratto pateticamente da qualsiasi

cosa abbia al suo interno la parola

oscuro“.

Tu non sei oscuro come vorresti sembrare.

Sei patetico e, al massimo, in scala di grigi.

Ma io ho tanti colori dentro e come me tante altre persone.

Domani mattina cercherò di chiudere il capitolo e di guardarti in una diversa prospettiva.

Grigina. 


C’è una musica anche per cucinare piatti elaborati e per lavare i piatti:
chill out (lounge-electro-world) o Paolo Conte.

[Con chill out metto nel calderone Thievery Corporation, Tosca, Gotan Project, Joyce y la Banda maluca,
Zero 7 e, quando ci sono proprio tantissimi piatti da lavare o si sta lavorando ad una ricetta complicata e lunga, Moby]

Non sono l’unica a pensarla così e l’ho scoperto per caso: se la chill out (passatemi il termine) è piuttosto scontata,

Paolo Conte ci ha sorpresi.

“Non vorrei dire, ma se ascolto Paolo Conte per caso mi viene in mente il mio lavabo, i miei piatti, la mia cucina”

“Anche a me!”

Se andate ospiti in qualche casa del centro storico genovese all’ultimo piano molto probabilmente sentirete, soprattutto in primavera, della musica jazz o chill out arrivare dai vicini: scommettiamo che nella maggior parte dei casi stanno lavando i piatti?

…sta lievitando.

Focaccia

(una delle varie ricette… tentiamo tutti di replicare la vera focaccia dei panifici genovesi facendo del nostro meglio, ma non si garantiscono i risultati)

500 gr di farina
acqua tiepida (corrispondente a 1 etto)
olio EVO
sale
1 cucchiaino di zucchero
25 gr di lievito di birra fresco

Procedimento
Mettere la farina in una ciotola e salarla con sale fino.
Far sciogliere il lievito nell’acqua con lo zucchero in un bicchiere (o in una ciotolina).
Mettere l’acqua al centro della farina e cominciare ad amalgamare.

Non farsi prendere dal panico se si spezzetta tutto, aggiungere olio e se necessaria ancora un po’ d’acqua. Continuare a lavorare l’impasto finchè non si forma una palla compatta.
Far lievitare un’ora, coperta da una salvietta di stoffa (insomma, qui a Genova si direbbe da una “picagetta”).
Stendere la pasta di uno spessore tipo pizza e praticare i buchini con i polpastrelli.
Irrorarla di olio e mettere il sale grosso (chi ha scritto questa ricetta consiglia di pestare il sale in mortaio).
Far lievitare ancora 10/15 minuti.
Cuocere 15 minuti in forno preriscaldato a 200°

Gustare. La cottura determina radicalmente il risultato, ma è ottima comunque!

Da mangiare rovesciata in modo che le papille gustative incontrino prima il sapore ardito del sale, poi quello gentile dell’olio e, infine, quello rassicurante della pasta.