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Questa settimana è precisamente così:
“When you try your best, but you don’t succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired but you can’t sleep”
Sono stanchissima: studio ma è come se non studiassi,
vado al tirocinio e ne esco senza forze
(sono arrivata al punto di implorare gli operatori che mi facessero riapparecchiare i tavoli pur di fare qualcosa altrimenti le ore
non passavano più),
arrivo nel letto senza sonno e dormo poche ore (agitate da mille sogni)
per poi essere più stanca di prima.
Oggi credo di aver fatto un po’ la gatta, ho avuto un mezzo successo, poi il crollo,
poi una piccola ma rilevante informazione che mi fa supporre di essere semplicemente
un filino paranoica…
Ma è la solita storia: when you get what you want but not what you need.
Informazione di servizio che cambierà la vita a chiunque legga: mi sono comprata un cappottino leggero nero e un maglione verde, ma soprattutto un’altra magliettina S.
Il piacere che provo nel poter comprare tranquilla in un negozio da qualche mese a questa parte non ha prezzo,
se considerate che a giugno 2006 portavo taglie forti e ora vesto sul 44.
(o meglio, un prezzo lo ha, ma non essendo mai stata una patita dello
shopping i danni sono molto limitati).
Stasera teatro, anche se la mia voglia di uscire nuovamente di casa è pari allo 0,01%…
Giusto per rimanere ferma nelle mie decisioni (vedi post precedente) tra poco ho appuntamento per un aperitivo
super alcolico.
Il mio fegato sta preparando i bagagli. Io no!
…considerata la nottata scorsa sono al solito punto: voglio diventare astemia.
Non è dignitoso trovarsi su un taxi alle tre di notte con la grande preoccupazione di non biascicare troppo l’indirizzo al tassista o camminare a zig zag per piazza De Ferrari (nel tentativo di raggiungere il sopracitato taxi). Sarebbe almeno decente dimenticarsi, in preda ai fumi dell’alcool,
certe scene squallide della serata,
invece mi ricordo tutto.
Doveva essere una serata tranquilla in compagnia di qualche amica e invece
all’ultimo si è invertita la situazione.
Colpa di una festa anni ’80 alla quale non siamo volute andare.
Così la serata è stata costellata da incontri ”ameni”.
Dopo un buon Nero d’Avola accompagnato da un aperitivo
molto buono e molto salato come piace a me
siamo finite a casa di un fumettista che a 45 anni
crede di essere un alieno immortale,
vive con sei gatti (bellissimi) e mangia solo latte e biscotti.
Piccolo problema: l’odore terrificante che mi ha scatenato mal di testa e ondate di nausea. I gatti sono divini, ma bisogna anche pulire dove sporcano, di solito.
Piccola nota: mai fidarsi quando ti dicono
“saliamo su solo dieci minuti, poi andiamo via”.
Siamo rimaste lì quasi due ore.
Uscite all’aria fresca siamo finite in un bar. Conosco il dj, un simpatico goth boy, con il quale facciamo una chiacchierata tranquilla. Poi, non so bene come, ci troviamo a dover tenere lontani da noi due individui che hanno provato fino all’ultimo a portarci via con le più meschine intenzioni.
Uno dei due continuava a dirmi che assomiglio a Janis Joplin.
Solite scene tristi del “lasciami il tuo numero”, “scappiamo insieme”, “fammi vedere la tua mano”.
Sempre questo mi ha letto la mano, auspicandomi la famosa scelta che ad un certo punto della mia vita dovrò fare e che tutti quelli che me l’hanno letta hanno sempre citato. Questo inventava lì per lì, ma non si sa mai.
I tentativi di approccio dei due individui sono stati faticosi e insistenti, ma alla fine ce la siamo cavata e io mi sono resa conto di quanto volessi in quel momento che al posto loro ci fosse lui. (Inizio a dare segni di cedimento ed è allarmante: volevo bere per non pensarci e invece toh, sempre in mezzo ai pensieri!)
La serata si è conclusa con la sottoscritta chiusa nel bagno dell’amica in miserevoli condizioni.
Inutile dire che oggi mi sento come se una mandria di bisonti mi fosse passata sopra.
E sono di nuovo al punto di partenza, preoccupata per come si comporterà con me domani.
Meschina.

Stasera tra la preparazione di un cous cous e un sughetto d’uvetta ho ascoltato dopo parecchio tempo ”Buena Vista Social Club“ (1997)
Quanti colori ci sono in musica simile?
Tanti, tantissimi.
Ho ballato davanti ai fornelli, chiuso il frigo con un’ancata, sculettato mentre
preparavo l’insalata.
Ho cantato come di solito non faccio quando non so i testi.
Ho capito qualcosa.
Mi sono ricordata di respirare.
Ho tanti colori dentro. Sono un’esplosione di colori, ma lo dimentico sempre.
Questo potrebbe servirmi per evitare di perdere la mia pace interiore per colpa
di un tizio con la mentalità da 15enne attratto pateticamente da qualsiasi
cosa abbia al suo interno la parola
“oscuro“.
Tu non sei oscuro come vorresti sembrare.
Sei patetico e, al massimo, in scala di grigi.
Ma io ho tanti colori dentro e come me tante altre persone.
Domani mattina cercherò di chiudere il capitolo e di guardarti in una diversa prospettiva.
Grigina.

Masochista e stupida, stupida, stupida.
Una pianta senz’acqua.
Bisogna risollevarsi o almeno mandare giù il boccone, nasconderlo in tasca,
ignorarlo.
Ieri è stata una giornata piena di amici di vecchia data ma anche di nuove
conoscenze stimolanti e solari.
A volte basta una fetta di torta offerta da una persona che avevi sottovalutato,
un sorriso d’incoraggiamento,
un abbraccio.
O sedersi alle due di notte sui gradini del Palazzo Ducale con due amici preziosi
a chiacchierare, a raccontare, a ridere.
Basta fuggire il prima possibile da una movida assordante e inadeguata alla serata.
Basta ignorare dei baristi che, vedendo due ragazze ordinare un Irish Coffee,
fanno battutine imbecilli.
Basta vedere il tramonto dalle alture di Genova mentre imperversi in motorino
con una tua cara amica.
Basta proprio poco, ma è un poco preziosissimo.
So I look in your direction,
But you pay me no attention,
And you know how much I need you
But you never even see me
Ieri è stato squallido. Estremamente squallido.
Oggi mi aspettavo scene imbarazzanti, ma non c’era.
Per un po’ di giorni la situazione è quindi tranquilla.
Ma se cercavo di rimanere lucida, fredda e distaccata…
beh, oggi no.
Oggi sono malata. Non di amore, no di certo.
Ma di qualcosa sono malata.
Mi stringe lo stomaco.
Cioccolata, ”About a boy”, Coldplay.
Magari domani guarisco.

C’è una musica anche per cucinare piatti elaborati e per lavare i piatti:
chill out (lounge-electro-world) o Paolo Conte.
[Con chill out metto nel calderone Thievery Corporation, Tosca, Gotan Project, Joyce y la Banda maluca,
Zero 7 e, quando ci sono proprio tantissimi piatti da lavare o si sta lavorando ad una ricetta complicata e lunga, Moby]
Non sono l’unica a pensarla così e l’ho scoperto per caso: se la chill out (passatemi il termine) è piuttosto scontata,
Paolo Conte ci ha sorpresi.
“Non vorrei dire, ma se ascolto Paolo Conte per caso mi viene in mente il mio lavabo, i miei piatti, la mia cucina”
“Anche a me!”
Se andate ospiti in qualche casa del centro storico genovese all’ultimo piano molto probabilmente sentirete, soprattutto in primavera, della musica jazz o chill out arrivare dai vicini: scommettiamo che nella maggior parte dei casi stanno lavando i piatti?

Dovrebbero abolire il sabato pomeriggio a casa, anzi, proibirlo. Fuori dev’essere stata una bella giornata, non lo so. Ho acceso una candelina alla finestra e mi è sembrata un’aria primaverile. Chiusa in casa come un topo in trappola, sogno lande desolate ma alla fine sono sempre qui. Più devo stare a casa e più ho voglia di uscire, ma fino a lunedì non se ne parla. Di là arrivano i soliti lamenti, sospiri e sbuffi, ma ormai è un’abitudine, rischio di non sentirli neanche più, non è affar mio.
Aspetto. No. Aspetto.
Lunedì sarà il solito gioco: ”facciamo a gara a chi non guarda l’altro per più tempo”. No. Lunedì sarà il solito gioco: ”facciamo a gara a chi non guarda l’altro per più tempo”.
Ho bisogno di aria.
…son tornata! Finalmente mi sono decisa e sono tornata un’attiva bookcorsara. Una volta ero registrata con un altro nickname, ora sto meditando di andare al BC meet up di martedì prossimo…
http://www.bookcrossing.com/mybookshelf/MagalieDubois
Buona lettura!
Eccovi un uomo
uniforme
Eccovi un’anima
deserta
uno specchio impassibile
M’avviene di svegliarmi
e di congiungermi
e di possedere
Il raro bene che mi nasce
così piano mi nasce
E quando ha durato
così insensibilmente s’è spento
G. Ungaretti, 1916
In extremis, ma sono salva.
Dopo neanche tre mesi eri diventata un incubo ma me ne sono accorta solo dopo, quando ho provato un immenso sollievo per una settimana in seguito alla tua “scomparsa” dal corso. Finalmente posso sentire lo squillo di un cellulare senza sentirmi male, posso riprendere tutti gli impegni di questo mondo senza doverti tenere in conto, neanche fossimo stata unite da un grande amore. Posso andare in giro con persone che non mi fanno vergognare in pubblico.
Abbiamo passato dei bei momenti insieme, non lo nego. Ho tentato di provare qualche senso di colpa per averti mandata così in crisi ma d’altra parte sei appena maggiorenne, ci siamo passati tutti, qualche facciata fa bene.
Buon tutto.
Aggiornamento 24.2.07:
ho trovato il tuo blog anche se hai cambiato indirizzo. Leggo gli stessi nomi, le stesse battute.
In un post hai usato alcune mie espressioni tipiche, ma vedo che non hai parlato di quello che è successo.
Mi aspettavo vomitassi il tuo rancore, la tua rabbia o la tua felicità, ma aveva ragione chi mi diceva che come ti eri attaccata troppo presto, velocemente ti saresti staccata.
Alla faccia dei miei sensi di colpa. Meno male. Ora l’unico inconveniente è il rischio di incontrarti per caso in centro, ma c’è sempre la chance del far finta di niente e camminare veloce.
Ancora buon tutto.
Piove e le lenticchie sono sul fuoco. Thievery Corporation, candela gialla e libro di anatomia.
Dovrei studiare, ma continua a venirmi in mente il suo sguardo di stamattina, quando era appoggiato al muro. Pochi secondi, poi sono fuggita nel corridoio con un caffè bollente in mano.
Fai finta di niente, Mag.
Fai finta di niente.
FAI FINTA DI NIENTE.
L’ho visto oggi mentre camminava con sua madre. Aveva un sacchetto di carta in mano e addosso il solito cappotto.
Stranamente non stava parlando, camminava a testa bassa in silenzio, come un bambino in punizione.
Vederlo per caso mentre ero seduta su un autobus e sapere che le sue giornate sono fatte di tutto tranne che di qualsiasi (anche negativo) pensiero nei miei confronti un pochino fa male.
D’altra parte non potrebbe essere altrimenti.
Ma va bene così.
Oggi al corso ero seduta tra due colleghe, una più in crisi dell’altra per i soliti motivi.
Essere single ha i suoi vantaggi, decisamente.
(anche se guardare ER con come unica compagnia la gatta a volte fa un po’ riflettere)
…sta lievitando.
Focaccia
(una delle varie ricette… tentiamo tutti di replicare la vera focaccia dei panifici genovesi facendo del nostro meglio, ma non si garantiscono i risultati)
500 gr di farina
acqua tiepida (corrispondente a 1 etto)
olio EVO
sale
1 cucchiaino di zucchero
25 gr di lievito di birra fresco
Procedimento
Mettere la farina in una ciotola e salarla con sale fino.
Far sciogliere il lievito nell’acqua con lo zucchero in un bicchiere (o in una ciotolina).
Mettere l’acqua al centro della farina e cominciare ad amalgamare.
Non farsi prendere dal panico se si spezzetta tutto, aggiungere olio e se necessaria ancora un po’ d’acqua. Continuare a lavorare l’impasto finchè non si forma una palla compatta.
Far lievitare un’ora, coperta da una salvietta di stoffa (insomma, qui a Genova si direbbe da una “picagetta”).
Stendere la pasta di uno spessore tipo pizza e praticare i buchini con i polpastrelli.
Irrorarla di olio e mettere il sale grosso (chi ha scritto questa ricetta consiglia di pestare il sale in mortaio).
Far lievitare ancora 10/15 minuti.
Cuocere 15 minuti in forno preriscaldato a 200°
Gustare. La cottura determina radicalmente il risultato, ma è ottima comunque!
Mi è arrivata quest’email poco fa:
Soggetto: Hai ricevuto un invito per un caffè insieme
“Mi piacerebbe sapere qualcosa di te.
Non sono un giovane, non ho problemi economici e mi piacerebbe passare delle ore con te.
Se sei interessata lascio a te la discrezione e le modalita’ dell’incontro
ciao ***nome***”
Ora… vorrei sapere nello specifico cosa intende per “non sono un giovane” e “non ho problemi economici”. Ha 80 anni ed è ricco? Vuole pagarmi per bere un caffè? Mi immagino la scena: arrivo in un bar e trovo al bancone un vecchietto con sciarpa firmata che mi stringe la mano, mi guarda dalla testa ai piedi e poi dopo cinque minuti di conversazione imbarazzata e forzata fa una finta chiamata con il cellulare e mi dice “mi spiace, mia moglie si è sentita male, ci sentiamo”.
Nella mia immaginazione persino gli ottantenni (ricchi) scappano.
Comunque, caro *** NON sono interessata e quindi ho il coltello dalla parte del manico almeno virtualmente, ma è divertente vedere come un profilo compilato per bene (sincero, oltretutto) attiri le persone.
Quando si apre un nuovo blog le aspettative, normalmente, sono alte. Si progettano grandi interventi e commenti. Invece io sono in fuga, profuga di un blog che tutte le persone del caso conoscono, riconducibile a me con tanto di nome e cognome. Questo sarà un blog probabilmente inutile per voi, ma non per me. Niente utilità sociale, niente cronaca, niente giochetti da giornalista come usa tanto adesso nella blogosfera. Voglio prendermi la soddisfazione di postare anche solo un’immagine, un pensiero, una frase senza dover pensare a quali saranno i commenti “dal vivo” di chi mi conosce, senza dover spiegare perchè ho cambiato colore del template o eliminato una lista di qualcosa.
Questo blog sarà mio.


